Quando l’aumento fa pagare più tasse: guida al fiscal drag per i pensionati

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L’aumento dell’inflazione e il conseguente rincaro del costo della vita impongono periodicamente la necessità di adeguare gli assegni previdenziali e gli stipendi. Tuttavia, quando gli importi aumentano per inseguire la spinta dei prezzi, non sempre il potere d’acquisto effettivo del contribuente cresce di pari passo. Molto spesso si verifica un fenomeno economico poco visibile ma con effetti concreti sulle buste paga e sui cedolini della pensione.

Proprio perché l’equilibrio tra entrate lorde e importi effettivi netti può rivelarsi complesso, valutare la propria posizione attraverso una consulenza pensionistica esperta consente di chiarire gli aspetti legati al proprio percorso previdenziale e pianificare al meglio la gestione del proprio futuro.

In questa guida completa analizzeremo le dinamiche del fiscal drag, capendo perché viene definito una vera e propria “tassa invisibile”, quali sono i dati stimati per il biennio 2026-2027 e in che modo un corretto inquadramento previdenziale e fiscale può aiutare a proteggere il proprio patrimonio personale.

Cosa si intende per drenaggio fiscale?

Per rispondere con chiarezza a cosa si intende per drenaggio fiscale, occorre comprendere la relazione che intercorre tra:

  • Inflazione (l’aumento dei prezzi al consumo);
  • Aumento nominale dei redditi (l’adeguamento lordo di stipendi e pensioni);
  • Struttura progressiva dell’IRPEF (il sistema di tassazione a scaglioni).

Il termine fiscal drag (in italiano drenaggio fiscale) descrive una vera e propria “tassa invisibile”.

Si verifica quando lo Stato aumenta il tuo stipendio o la tua pensione per stare al passo con l’inflazione (il carovita), ma questo aumento lordo finisce per farti pagare proporzionalmente più tasse.

Come succede?

In Italia le tasse funzionano a scaglioni: più guadagni, più alta è la percentuale di tasse che paghi. Quando la tua pensione aumenta solo per compensare l’aumento dei prezzi dei beni di consumo, in realtà non sei diventato più ricco: il tuo potere d’acquisto è rimasto identico. Tuttavia, poiché la cifra lorda sulla carta è più alta, si verificano due problemi:

Una parte di quell’aumento può superare la soglia e finire in uno scaglione IRPEF più alto, venendo tassata con una percentuale maggiore.

L’aumento del reddito lordo ti fa perdere (o ridurre) le detrazioni fiscali a cui avevi diritto.

L’inganno del meccanismo

La particolarità del drenaggio fiscale è che il Governo non ha aumentato le aliquote e non ha approvato nuove tasse.

Le regole fiscali rimangono identiche, ma il Fisco incassa automaticamente una fetta dell’aumento che ti era stato dato per fare la spesa o pagare le bollette.

Il risultato? L’aumento netto che ti ritrovi in tasca è inferiore all’aumento reale dei prezzi.

fiscal-drag

Esempio pratico

Per comprendere appieno come funziona il fiscal drag, è utile fare un esempio pratico basato sul funzionamento dell’imposta sul reddito progressiva in Italia.

Ipotizziamo il caso di una pensionata che percepisce un reddito imponibile annuo di 28.000 euro. Con le regole IRPEF vigenti, la quota fino a 28.000 euro viene tassata con l’aliquota base del 23%.

Se nel corso dell’anno si registra un tasso d’inflazione del 3%, l’importo lordo della pensione viene adeguato del 3% per conservare lo stesso livello di potere d’acquisto, salendo a 28.840 euro annui (840 euro lordi in più).

A questo punto si innesca il fiscal drag:

  1. L’aumento di 840 euro non serve a rendere la pensionata più ricca, ma solo a permetterle di comprare gli stessi beni dell’anno precedente la cui spesa è aumentata a causa dell’inflazione.
  2. I primi 28.000 euro continuano a essere tassati al 23%, ma gli 840 euro eccedenti la soglia superano lo scaglione base e ricadono nello scaglione IRPEF successivo, soggetto a un’aliquota del 35% (o del 33% nelle recenti ipotesi di revisione).
  3. Contestualmente, la crescita del reddito lordo complessivo fa diminuire la quota spettante di detrazioni per reddito di pensione o per carichi familiari, che decrescono progressivamente all’aumentare dell’imponibile.

Il risultato finale è che una quota consistente dei 840 euro concessi per contrastare l’inflazione viene assorbita dal maggiore prelievo tributario. Il reddito netto reale del contribuente risulta così inferiore rispetto a prima dell’aumento nominale.

L’impatto stimato nel biennio 2026-2027: i dati delle analisi

Questo tema è tornato al centro del dibattito economico a seguito delle simulazioni elaborate dagli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo basate sulle proiezioni di Banca d’Italia.

Le analisi evidenziano come la combinazione tra la spinta inflazionistica e il mancato adeguamento automatico delle detrazioni e degli scaglioni IRPEF genererà un conto salato per le famiglie italiane nel biennio 2026-2027.

Gli scenari d’impatto sulle casse dei contribuenti

Le stime variano a seconda dell’andamento reale dell’indice dei prezzi al consumo:

  • Scenario centrale (inflazione al 5,2% cumulata): ipotizzando un’inflazione del 3,1% nel 2026 e del 2,0% nel 2027, il fiscal drag genererà un maggiore prelievo fiscale complessivo pari a 8,1 miliardi di euro.
  • Scenario intermedio (inflazione al 6,0% cumulata): qualora la spinta inflazionistica dovesse salire al 6%, il gettito aggiuntivo prelevato a cassa arriverebbe a 9,35 miliardi di euro.
  • Scenario severo (inflazione all’8,2% cumulata): in caso di una fiammata dei prezzi più marcata, la “tassa invisibile” salirebbe fino a 12,74 miliardi di euro nell’arco dei due anni.

Di questa cifra da 12,74 miliardi di euro, la quota maggiore peserebbe sui lavoratori dipendenti (circa 9 miliardi di euro), mentre la parte restante, pari a quasi 4 miliardi di euro, andrebbe a gravare direttamente sulle pensioni.

drenaggiofiscale

Il confronto con il passato e il nodo dei contratti

Il fenomeno del fiscal drag non è nuovo per il sistema economico italiano. Già durante la fiammata inflazionistica del biennio 2022-2023, il drenaggio fiscale aveva sottratto ai contribuenti circa 25 miliardi di euro. Sebbene il Governo sia poi intervenuto redistribuendo parte di queste risorse attraverso misure mirate come il taglio del cuneo fiscale, tali benefici si sono concentrati prevalentemente sui redditi medio-bassi, lasciando scoperte le fasce di reddito superiori ai 35.000 euro annui.

Un altro fattore citato negli studi riguarda il ritardo nel rinnovo dei contratti collettivi e gli automatismi di adeguamento: ogni mese di attesa riduce il salario reale e riduce il costo reale per le imprese, lasciando poi che al momento degli arretrati una fetta consistente venga assorbita dalla tassazione progressiva.

Perché dipendenti e pensionati sono le categorie più colpite?

L’impatto del fiscal drag non si distribuisce in modo omogeneo su tutti i settori dell’economia, ma penalizza quasi esclusivamente due categorie di contribuenti:

  • lavoratori dipendenti
  • pensionati

Questa sproporzione è dovuta alla natura stessa della struttura fiscale italiana.

Assoggettamento all’IRPEF progressiva

I redditi da pensione e da lavoro dipendente sono tassati al 100% secondo le aliquote progressive IRPEF. Al contrario, altre forme di reddito (come le rendite finanziarie, le locazioni immobiliari in cedolare secca o le attività di lavoro autonomo in regime forfettario) beneficiano di aliquote fisse o regimi sostitutivi proporzionali che non risentono del salto di scaglione.

Tracciabilità e trattenute alla fonte

Per i pensionati, l’INPS agisce in qualità di sostituto d’imposta applicando direttamente e automaticamente le trattenute fiscali calcolate sul reddito lordo ricalcolato. Non vi è alcuna possibilità di differire l’imposta o modulare la base imponibile.

Erosione delle detrazioni fisse

Molte delle detrazioni spettanti sui redditi da pensione sono strutturate a scagioni decrescenti. Un piccolissimo incremento del reddito lordo può far superare le soglie di riferimento, determinando la perdita integrale di bonus e detrazioni aggiuntive.

I rimedi della politica fiscale e le prospettive di riforma

Per contrastare gli effetti del drenaggio fiscale, la teoria economica individua una soluzione strutturale: l’indicizzazione automatica degli scaglioni IRPEF e delle detrazioni all’indice dei prezzi al consumo, meccanismo già presente in diversi Paesi europei e negli Stati Uniti.

In assenza di un’indicizzazione automatica, i Governi intervengono periodicamente in sede di Manovra di Bilancio attraverso correttivi discrezionali:

  • Revisione delle aliquote IRPEF: le ipotesi di intervento sulla seconda aliquota IRPEF (riduzione dal 35% al 33% ed estensione del tetto fino a 50.000 o 60.000 euro) puntano proprio ad alleggerire la pressione sul ceto medio, restituendo parte del prelievo generato dall’inflazione.
  • Misure sulla perequazione delle pensioni: l’applicazione di fasce di rivalutazione differenziate per gli assegni pensionistici consente di tutelare integralmente le pensioni più basse, limitando tuttavia il recupero sui trattamenti di importo medio-alto.
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Come tutelare il proprio reddito e pianificare la gestione previdenziale

Il fenomeno del fiscal drag dimostra chiaramente come le cifre lorde non corrispondano sempre alla reale disponibilità economica di una famiglia. Quando si valuta l’impatto dell’inflazione o si pianifica il momento del collocamento a riposo, valutare unicamente l’importo della pensione lorda può portare a previsioni errate.

Affrontare con serietà la fase di passaggio dal lavoro alla pensione significa analizzare l’interazione di molti e diversi aspetti.

In questo contesto, richiedere la consulenza pensionistica personalizzata agli esperti di Mia Pensione rappresenta la scelta migliore per analizzare con esattezza l’estratto conto contributivo, calcolare la decorrenza ideale per il congedo e pianificare una gestione finanziaria capace di proteggere nel tempo il valore reale del tuo assegno pensionistico.

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